Agrobusiness contro Carne Coltivata

L’industria dell’agrobusiness coscia dell’enormi perdite di profitto che avrebbe se la clean meat entrasse nel mercato, ha attivato le sue lobby che già hanno iniziato la resistenza carnista al progresso tecnologico.

« Sosteniamo la produzione naturale di CARNE.»
– Massimo Romani, amministratore delegato di Amadori.

« Fortunatamente in Italia non ci sono sperimentazioni di questo tipo.»
– Lara Sanfrancesco, direttore di Unitalia, l’associazione che rappresenta le aziende avicole italiane.

L’argomentazione di resistenza in prima fila alla rivoluzione della carne priva di uccisione è proprio quello “etico”. Ad esempio la Confederazione Italiana Agricoltori ha da subito affermato che:

« La carne sintetica sarebbe un tracollo ‘etico’.»

Tesi ripresa anche dalla Coldiretti:

« [La carne coltivata] non ha raggiunto il mercato, anche perché alle forti perplessità di natura etica si aggiungono quelle di carattere economico. »

L’argomentazione economica è stata ripresa anche da Confagricoltura, che si è espressa in modo da ridicolizzare la clean meat:

« Non vediamo proprio la necessità di produrre carne coltivata. È una ricerca fine a se stessa. Non sappiamo nemmeno quanto costerebbe produrre questo tipo di carne sintetica.»

Invece lo sappiamo. Nel 2008, anno della sua invenzione, un hamburger di carne pulita costava circa 200.000 dollari. Ad oggi, però, il progresso tecnologico è riuscito a protare il costo a solo 8 dollari. Il motivo fondamentale per cui non la troviamo su mercato, però, è la resistenza delle potentissime lobby al servizio dell’industria dell’agrobusiness, che possono essere combattuta solo attraverso un’azione politica mirata.