Le multinazionali del farmaco sono alla ricerca spasmodica di corpi-cavia su cui testare i loro prodotti. Prima di poter lanciare sul mercato un nuovo prodotto farmaceutico, un’azienda statunitense deve infatti sperimentarlo su oltre 4000 pazienti che dovranno sottoporsi a 141 diverse procedure mediche, con un costo di almeno 1500 dollari a paziente (Shah 2007, p. 18). Ma poiché nei paesi avanzati è sempre più difficile dagli anni novanta le aziende farmaceutiche si sono rivolte ai paesi in via di sviluppo, dove, a causa della povertà, sono molti coloro che non possono accedere ai farmaci e che pertanto accettano di sottoporsi alla sperimentazione, anche se spesso comporta procedure mediche invasive e dolorose. Oggi, dunque, quasi la metà delle sperimentazioni viene effettuata nelle zone più povere del mondo, dove non esistono quasi mai regole precise da rispettare e dove i corpi sono migliori, perché poco contaminati dall’assunzione di farmaci, e sopratutto meno costosi. Ma le sperimentazioni dei farmaci producono scarsi benefici per i paesi in via di sviluppo sia singolarmente che complessivamente, perché “lo scopo principale della ricerca clinica non è migliorare o salvare vite, ma acquisire una cosa ben precisa: dati. E’ un’industria, non un servizio sociale. Le persone che finanziano e dirigono gli esperimenti clinici lo fanno per i dati, non per soddisfare i pazienti o per soccorrere strutture sanitarie in difficoltà, aiutandole a rafforzarsi, anche se a giustificazione delle proprie attività possono indicare questi effetti secondari” (Shah 2007, p.212)
Fonte: Il biocapitalismo. Verso lo sfruttamento integrale di corpi, cervelli ed emozioni, Vanni Codeluppi, 2008.