Riportiamo l’articolo “The Guardian view on a job guarantee: a policy whose time has come” del noto
quotidiano britannico sui Piani di Lavoro Garantito.
Traduzione di Margareth Di Vaia, revisione di Alessandro Longo.

 

L’opinione di The Guardian sui Piani di Lavoro Garantito: una misura il cui momento è arrivato


Il Governo dovrebbe adottare misure per garantire il basilare diritto umano a un lavoro produttivo

 

Come osservava Victor Hugo, “si può resistere all’invasione degli eserciti, ma non a quella delle idee.” Oggi, negli Stati Uniti, i Piani di Lavoro Garantito sembrano essere una di quelle idee. I progressisti di tutte le sfumature – da Cory Booker a Bernie Sanders – hanno iniziato a sostenere politiche secondo le quali, a diversi livelli, lo Stato dovrebbe cercare di eliminare la disoccupazione involontaria. È un gradito ritorno a una politica del lavoro, che manca da troppo tempo alle economie avanzate. Inoltre è incoraggiante che i sondaggi suggeriscano che i Piani di Lavoro Garantito siano popolari, con metà degli elettori che li appoggiano. Ciò sembra in netto contrasto con le cifre apparentemente basse della disoccupazione negli Stati Uniti. In realtà il tasso di disoccupazione conta solo chi è attivo nella ricerca di un impiego, tralasciando milioni di persone che non lo sono. Quando anche questi ultimi vengono inclusi, risulta che circa una persona su sette in età lavorativa negli Stati Uniti è in realtà senza lavoro. L’effetto cumulativo sulle comunità è una stratificazione di disperazione. Il progetto di lavoro garantito offre speranza in quelli che per molti sono tempi desolati.

I ministri in Gran Bretagna potrebbero respingere una tale politica, sostenendo che il Regno Unito è una fabbrica di posti di lavoro dove le persone sono impiegate più che mai. Ma questo nasconde una diffusa realtà di lavori precari e sottopagati.
È probabile anche che la precarietà del lavoro eserciti pressioni al ribasso sulla crescita dei salari. Per la prima volta nella storia britannica, l’aumento del PIL non garantisce più una migliore retribuzione nell’economia reale. Nonostante la retorica ministeriale, il governo è ben lontano dall’offrire i posti di lavoro che la gente vuole e di cui ha bisogno.
Questo è il motivo per il quale anche la Gran Bretagna potrebbe trarre beneficio dai “Piani di Lavoro Garantito”, che potrebbe offrire un lavoro sicuro e un salario di sussistenza a chiunque desideri lavorare, ma non trova lavoro. Questa politica garantirebbe il diritto umano fondamentale ad impegnarsi in un’occupazione produttiva. Affronta inoltre tre principali fonti di ingiustizia economica: disoccupazione, lavoro precario e salari da miseria. Ci sono significativi costi economici, personali e sociali per il modello economico attuale. Questi includono l’esclusione sociale, lo sfrenato indebolimento delle relazioni umane e la perdita di produzione.

Il mese scorso uno degli accademici statunitensi, nel pieno di un dibattito dei Democratici, Fadhel Kaboub, ha delineato in modo convincente uno schema di lavoro garantito nel Regno Unito presso la City University di Londra. Il discorso è stato un gradito allontanamento dall’attuale dannosa ortodossia che vede l’inflazione controllata attraverso politiche monetarie e fiscali restrittive, accoppiata ad alti livelli di disoccupazione e sottoccupazione a fare da ammortizzatore.
Invece, il professor Kaboub ha chiesto una spesa a deficit – insieme alla domanda privata – per garantire che tutti coloro che vogliono lavorare possano trovare lavoro.
Ha esposto un valido argomento a sostegno di questa tesi: dal momento che il Regno Unito può emettere la propria valuta per acquistare risorse inutilizzate non c’è alcun vincolo reale alla sua spesa. Mentre il finanziamento sarebbe nazionale, i posti di lavoro possono essere offerti da progetti attuabili a livello locale e definiti in base alle esigenze della comunità. Il lavoro nel risanamento ambientale o nell’assistenza sociale non rimpiazzerebbe i posti di lavoro del settore privato – ma offrirebbero lavoro in ambiti di cui settore privato non si cura a sufficienza. L’obiezione secondo la quale tali spese sarebbero inflazionistiche viene confutata dal fatto che i singoli adeguamenti dei salari relativi sarebbero, appunto, eventi singoli [quindi non si può parlare di inflazione per definizione NdR].

L’idea che nel mercato del lavoro l’offerta crei la propria domanda è palesemente fallace; invece, siamo finiti in uno scenario da incubo in cui i lavori part-time e precari crescono mentre si riducono i sicuri posti di lavoro nel settore pubblico. Il governo dovrebbe riaffermarsi come datore di lavoro di ultima istanza per assorbire gli shock economici. È una necessità urgente visto che tra automazione e intelligenza artificiale una rivoluzione industriale si affaccia all’orizzonte. La Banca Mondiale ha follemente avanzato l’idea che un’ulteriore erosione dei diritti dei lavoratori sia il modo giusto per far fronte all’impatto del cambiamento tecnologico. Questa corsa al ribasso dovrebbe essere evitata. Il cambiamento creerà effettivamente disoccupazione. Ma quanti ne saranno colpiti, quanto a lungo rimarranno disoccupati e quanto sarà difficile trovare lavoro dipende dalla domanda in economia. Il governo deve assumersi la responsabilità sociale ed economica per affrontare tali questioni con politiche che mettano al centro l’essere umano e non orientate al profitto, come i Programmi di Lavoro Garantito.