Dopo lunghe battaglie delle lobby casearie, l’UE ha imposto il divieto di usare il termine “latte” per il latte di soia, “suggerimento” della lobby tedesca Verband Sozialer Wettbewerb. La motivazione è che questa dicitura può confondere i clienti europei negli acquisti.

Questa motivazione, oltrea a dimostrare quanta poca stima abbiano le istituzioni UE dell’intelligenza degli europei, è in realtà una scusa per effettuare un tentativo per evitare il crollo dell’industria casearia. Il consumo del latte di soia, infatti, solo nell’ultimo anno è cresciuto del 7,4%, ragigungendo un valore al consumo di 198 milioni di euro.

L’UE in realtà non ha mai avuto grande interesse per gli animali, quanto invece per le lobby. Fin dall’inizio si è sempre mostrata poco interessata ai loro diritti e molto più interessata ai profitti economici che ne possono derivare. Ad esempio nel 2011 ha introdotto la vivisezione su cani e gatti randagi in Europa, copiando gli Stati Uniti. Esperimenti che, tra l’altro, sono stati dimostrati inutili dal mondo scientifico.

Questo interesse economico totalmente indifferente alle sofferenze animali ha portato numerose associazioni animaliste a protestare contro l’UE, che in risposta ha deciso di pubblicare una “Strategia per il Benessere degli Animali” nel 2012-2015. Molti si aspettavano finalmente che sarebbero stati fissati dei capisaldi per la tutela degli animali in Europa. Invece, da quello che si è trovato scritto, per Bruxelles “proteggere gli animali” si riferisce a “occuparsi degli allevamenti”, o meglio gli “allevatori”.

Nessuna parola sullo scandalo delle perreras spagnole (canili lager dove i randagi vengono soppressi con l’eutanasia a 10 giorni dal loro arrivo), della legge ammazza-cani rumena (dichiarata incostituzionale dalla stessa Alta Corte di Bucarest) e degli altri casi che hanno portato cittadini di tutta Europa a rivolgersi arrabbiati all’Unione Europea. Nessuna parola per cani e gatti, così per molti animali d’allevamento come vacche da latte e conigli, maiali, oche, anatre, etc. La LAV ha dichiarato che la strategia:

è priva di qualsiasi ambizione e rappresenta una mancata occasione per evidenziare il ruolo che l’UE può svolgere per tradurre le preoccupazioni dei cittadini in azioni.

L’articolo 13 del Trattato di Lisbona che equipara gli animali ad “esseri senzienti” sembra infatti non interessare alla Commissione Europea. L’UE non vuole legalizzare i Santuari. Preferisce (probabilmente su suggerimento delle lobby zootecniche) pagare gli allevatori 3.800 euro per ogni bovino diventato inutile e impossibilitato ad essere mangiato. L’UE risparmierebbe denaro pubblico legalizzando i Santuari e facendo andare quegli animali lì, invece di pagare gli allevatori per un’inutile macellazione. L’UE non fa niente contro l’agonia della macellazione rituale senza stordimento, con la scusa di non voler offendere le minoranze religiose, infischiandosene della sofferenza animale che derivi da tale tortura. L’UE esporta animali vivi, rinchiusi per giorni sui camion senza cibo e acqua, spesso con la conseguenza che non tutti arrivino vivi al mattatoio.

Infinte l’UE ogni anno spende miliardi e miliardi di soldi dei contribuenti per favorire l’esportazione di prodotti animali verso i Paesi del Terzo Mondo. Questi investimenti fanno si che i prodotti animali europei sono molto più convenienti dei prodotti alimentari africani. Questa azione ha un effetto molto negativo sull’economia locale (dumping). La concorrenza imbattibile generata dall’UE, infatti, fa diminuire la domanda africana dei propri prodotti, causando quindi un continuo calo del prezzo dei prodotti africani. Siccome nei paesi poveri l’attività principale è proprio l’agricoltura, questo ostacolo fa aumentare la povertà e con essa la possibilità di accesso alle risorse degli imprenditori locali.

Il dumping è una forma di concorrenza sleale. L’UE finanzia il settore non per qualche vero motivo di necessità, ma per favorire l’industria agroalimentare e zootecnica. Il lobbismo dell’industria alimentare è il più finanziato e influente al mondo. Ricordiamoci ad esempio che il maggior investitore del TTIP era proprio l’industria del settore alimentare. Se volessimo aiutare l’Africa a crescere dovremmo smetterla di impedire alla sua economia di crescere, ad esempio eliminando questi assurdi sussidi.

Ma l’UE al momento non sembra avere molto rispetto per i diritti animali, figuriamoci quelli umani.
Vediamo qualche esempio nello specifico.

 

 

 

UE PER LA VIVISEZIONE, IN 10 PUNTI

La Direttiva 2010/63/UE, approvata l’8 settembre 2010, in contrasto con la Direttiva del 1986:

1) apre le porte per la prima volta alla sperimentazione su cani e gatti randagi (art. 11)
2) introduce la sperimentazione su primati e scimmie antropomorfe (art. 5, 8 e 55)
3) non rende obbligatori i metodi sostitutivi neppure laddove esistono. (articoli 4 e 13)
4) costringe ad abbassare gli standard i Paesi europei dove gli animali godevano di maggiori protezioni e sperimentare costava di più, con la scusa di eliminare lo svantaggio competitivo che ne derivava. (cons. art. 1)
5) vieta agli Stati Membri di emanare nuove leggi più favorevoli agli animali. (art. 2)
6) produrra un commercio dei cani e gatti randagi finalizzato alla sperimentazione scientifica che sarà libero in tutta Europa.
7) permette di riutilizzare animale che ha già subito intenso dolore, angoscia o sofferenza equivalente, più e più volte per nuove procedure, fino al punto di “non risveglio”(art. 16)
8) rende la sperimentazione non-trasparente, oscura. La segretezza sulle sofferenze animali non deve arrivare al pubblico. (art. 36-43)
9) rende l’anestesia non necessaria se ritenuta “non opportuna” o  “incompatibile con lo scopo della procedura” dagli sperimentatori. (articolo 14)
10) consente invece l’uso dei bloccanti neuromuscolari al posto dell’anestesia generale, così che in nessun modo verranno mitigati il terrore e l’angoscia degli animali, completamente paralizzati e nello stesso tempo vigili e coscienti di ciò che viene loro inflitto. (art 14)

FONTI:
www.stopvivisection.eu/it/content/just-say-no
http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=OJ:L:2010:276:0033:0079:IT:PDF
http://www.europarl.europa.eu/oeil/popups/ficheprocedure.do?id=571368
http://register.consilium.europa.eu/pdf/it/10/st11/st11260.en10.pdf
http://www.homeoffice.gov.uk/publications/about-us/consultations/transposition-protection-animals/consult-transp-scientific?view=Binary
http://ec.europa.eu/food/fs/aw/aw_legislation/scientific/86-609-eec_en.pdf

 

 

 

 

TRASPORTO EXTRA-UE DI ANIMALI VIVI

L’associazione tedesca Animal Welfare Foundation, rappresentata dagli avvocati italiani Conte&Giacomini, ha denunciato alla Commissione europea 13 Stati membri, fra cui anche l’Italia, con l’accusa di aver infranto le leggi sul trasporto di animali vivi verso la Turchia. Il dirttore Iris Baumgärtner ha dichiarato:

“Sono passati 5 anni da quando abbiamo presentato la nostra prima lettera di denuncia alla Commissione, che però continua a scaricare la responsabilità sugli Stati membri. Nel frattempo gli Stati membri aspettano linee guida da parte della Commissione.”

Questo gioco basato sullo scaricare la responsbilità da uno all’altro l’abbiamo visto spesso anche nella classe politica italiana, una modalità che spesso viene utilizzata per permettere che le cose continuino esattamente come programmato, senza alcuna interferenza o modifica.

(fonte)

 

 

 

UE PER LA CASTRAZIONE DEI CUCCIOLI DI MAIALE

La castrazione è praticata per prevenire il manifestarsi dell’odore di verro in quanto il sapore e l’odore che i consumatori si attendono quando acquistano carne di maiale non dev’essere il vero sapore e odore del maiale. Dopo le infinite richieste degli animalisti l’UE ha promesso la dismissione della castrazione chirurgica dei cuccioli di maiale entro il 1 gennaio 2018 da parte delle organizzazioni che avranno sottoscritto la Dichiarazione della Commissione.

In realtà, però, la castrazione non sarà rimossa completamente: faranno eccezione le carni suine registrate sotto il nome di “specialità tradizionale garantita” o con “indicazione geografica” (IGP) o denominazione di origine protetta (DOP) e di carni suine prodotte per specialità tradizionali. Per queste produzioni la castrazione è considerata dalla Commissione Europea come “inevitabile per soddisfare gli attuali standard qualitativi”.

Come al solito, anche qui il mercato vince contro l’etica. Questa soluzione non eliminarà l’atrocità come richiesto dagli animalisti, ma creerà carni di serie B, con un sapore peggiore, per i più poveri, e carni di serie A per i più ricchi, tra cui burocrati UE stessi. Ciò non farà altro che aumentare la differenza di classe. In pratica l’UE ha fatto di un problema un’opportunità.